Cosa succede nei campi rom?

Amedeo Anfuso News

Cosa succede nei campi rom?

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È la domanda che mi preme in gola in questi giorni.

L’Associazione 21 Luglio, presente nei territori romani, ha lanciato un appello che è un grido contro le istituzioni, denunciando la condizione di totale abbandono degli abitanti dei campi (potete leggerlo QUI).
Ho cercato qualche informazione su quella che potrebbe essere la situazione qui a Torino, dove abito, e ho parlato con alcuni operatori telefonicamente: come leggerete abbiamo poche risposte e moltissimi punti interrogativi.

Ci tengo a ricordare che nei campi vive solo una piccola parte della popolazione rom presente in Italia: la parte più povera, emarginata e in difficoltà. I campi sono un ghetto crudele di miseria e spesso sono completamente abbandonati dalle istituzioni, tranne quando serve un po’ di visibilità e si inizia a gridare allo sgombero. Come è stato più volte dimostrato la strategia dello sgombero è una delle soluzioni più inefficaci e superficiali; il superamento dei campi rom dovrebbe passare attraverso percorsi condivisi con gli abitanti, la ricerca di soluzioni a lungo termine e non emergenziali e una messa in discussione anche del nostro concetto di abitare.

La gestione di questa emergenza sembra essere affidata esclusivamente alle associazioni del terzo settore che stanno cercando, con i mezzi limitati e le restrizioni di questi giorni, di continuare il loro lavoro. L’obiettivo principale di questo periodo è far arrivare le informazioni a più persone possibili così da aiutarle ad accedere agli aiuti che il governo ha messo a disposizione – come i buoni spesa che purtroppo sono finiti presto. Oltre a questo, si cerca di aprire canali tra i ragazzi e le scuole; la didattica a distanza, infatti, non è molto facile se non si possiedono apparecchi adeguati o reti wi-fi.

Ovviamente, questo è un tipo di lavoro che può essere fatto con persone che erano già incluse in progetti e percorsi di sostegno, ma restano escluse ancora moltissime persone: soprattutto quelle dei campi abusivi, quelle senza documenti e, in generale, la fascia più povera e debole di persone.

È difficile immaginare un isolamento reale in una situazione in cui le abitazioni non sono minimamente adeguate, in cui non c’è acqua corrente e i bagni non sono sufficienti. Nei campi non c’è materiale sanitario. Nell’insediamento autorizzato di Collegno gli abitanti hanno fatto richiesta al comune di mascherine e disinfettante, ancora non è arrivato niente.
Oltre all’emergenza sanitaria si aggiunge, evidentemente, quella economica. Spesso coloro che riuscivano a lavorare lo facevano attraverso situazioni informali e giornaliere, senza nessun tipo di tutela. Difficile capire come potranno continuare a tirare avanti tutte quelle persone che si affidavano a lavori precari e che già vivevano in condizioni di povertà.

Risuona inoltre, in tutte le conversazioni, il grande dubbio: cosa succederà se qualcuno all’interno del campo dovesse risultare positivo? Il comune ha pensato a un piano al riguardo? Dove passeranno la quarantena le persone colpite dal virus? Come sarà possibile evitare che il contagio si diffonda?
La grande paura (molto probabile) è che se il virus dovesse arrivare nei campi la situazione semplicemente esploderebbe.
È già stato così nei dormitori di Torino dove le istituzioni si sono dimostrate del tutto impreparate a gestire un’emergenza che pure era prevedibile.

I rom, come moltissime altre persone in difficoltà, sembrano essere semplicemente dimenticati.

Nessuno deve essere lasciato indietro, tranne qualcuno (a quanto pare).

Debora Benincasa

 

Grazie a Elisa, Laura, e tutte le persone che ci stanno aiutando in questo lungo viaggio

 

 

 

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