Tutti i parassiti della terra

Amedeo Anfuso News

Tutti i parassiti della terra

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C’era una volta un paese molto molto lontano,
dove andavano a vivere tutti i parassiti della terra:
ci andava il nero (perché negro non si dice), il barbone, i cinesi,
le puttane che mostrano il culo sulle loro sedie di plastica, il sudicio e il travestito.
Le strade erano così pericolose che nessuno ci poteva passare ma tutti ci potevano vivere
ci viveva: lo spacciatore che vende coca e biciclette, l’ubriaco e i ragazzi coi cani, lo storpio e il mendicante.
Ma fra tutti – tra il frocio, il venditore di rose, il malato di AIDS – fra tutti,
la più parassita di tutti era
la zingara.

La zingara stava di fronte alla chiesa e faceva piangere il suo bambino, gli altri li mandava a mendicare da soli, li storpiava e insudiciava così che facessero più pena, e uno lo aveva rubato perché lo voleva con gli occhi azzurri.

Ogni tanto capitava che quel mondo lontano lontano apparisse in TV,
e allora quelli del mondo vicino si intenerivano
iniziavano a mandare i vestiti vecchi
per non doverli buttare
e mandavano i giocattoli vecchi
per non doverli buttare
e adottavano i bambini a distanza
per non doverli buttare.

Dopo tutti si sentivano più buoni e fieri di loro stessi, e si facevano i complimenti a vicenda, e mentre si guardavano negli occhi e si abbracciavano sentivano di essere delle brave persone.
Un giorno, la persona più brava di tutte, che chiameremo Francesco
perché sapeva parlare con le bestie e con i poveri,
decise di farsi santo e scese nel paese di molto molto lontano per salvare qualcuno.
E, proprio perché era santo, scelse, fra tutti i poveri, quello peggiore di tutti:
il bambino della zingara.

Subito gli cambiò il nome
lo chiamò Paolo così che fosse più simile a tutti gli altri e si sentisse meno solo.
Lo lavò più volte e lo strofinò bene
lo bagnò nel profumo così che si sentisse meno da dove veniva,
gli insegnò l’inglese e le buone maniere,
gli spiegò come colorare dentro i bordi,
e come sorridere abbassando leggermente la testa
– così da non fare paura
a mostrare sempre le mani
– così che la gente non pensasse che stesse rubando.

Tutti si complimentavano con lui, e dicevano che non sembrava proprio che fosse uno zingaro
e che i suoi capelli erano così chiari adesso da sembrare quasi biondi,
e quando Paolo diceva grazie tutti applaudivano di gioia.

Francesco era davvero un santo, e dava da mangiare al bambino tutti i giorni e la sera gli dava il bacio della buonanotte come faceva con i bambini normali.

Si arrabbiava molto solo quando Paolo gli chiedeva dove fosse la sua mamma, allora iniziava a gridare forte, che a Paolo metteva paura,
e gli sputava in faccia che era un ingrato, dopo tutto quello che aveva fatto per lui,
e gli dava i ceffoni delle “buone maniere” e lo metteva in punizione al buio
così che passasse la sua naturale insolenza.

Così Paolo aveva smesso di fare domande e si era limitato a sorridere e a chinare la testa
ma ogni tanto continuava a tornare alla chiesa del paese di molto molto lontano
e su quelle scale
la sua mamma
non c’era più.

Ma questo non avrebbe dovuto importargli
perché adesso sapeva dire grazie
anche in inglese:

thank you.

Debora Benincasa

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