L’Orsa e il nespolo – Seconda parte

Andrea Spione News

L'Orsa e il nespolo - Seconda parte

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Cortile di vecchia casa popolare, sotto il nespolo l’Orsa ha appena aperto occhi di rabbia.
Si alza dalla seggiolina, peso sulle grandi zampe, mole di donna su piedi di bestia. Mentre attraversa lo spazio del piccolo cortile che la separa dalla Vecchia, la raggiunge un vago istinto di salmone che le fa scoprire i denti. La Vecchia la guarda dal basso, con piccoli fori azzurri annegati di rughe.

“Voi zingari dovreste andarvene tutti a casa vostra, nessuno vi vuole qui!”

Il salmone salta fuori dall’acqua, basterebbe una zampata per afferrarlo. L’Orsa chiude gli occhi, cerca di cacciare via il sogno di animale.

Buio – suo cugino nascosto sotto una macchina, fuori quattro ragazzini lo aspettano con il bastone.

Apre gli occhi, le si rizza il pelo sulla schiena guardando un mazzo di chiavi che le viene agitato davanti alla faccia.

Buio – la maestra del Figlio Piccolo che lo rimanda a casa perché puzza. Il cucciolo che piange, che le giura di aver fatto la doccia, che le mostra le mani, il collo e il deodorante Dove che ha comprato la settimana prima.

Buio – suo marito con la testa piegata quando tornava a casa senza lavoro, i chilometri a piedi dal campo al centro di Torino, la pioggia che entra nella baracca, la notte quando veniva svegliata dai topi, sua madre morta di freddo accanto al suo letto…

Basta sporgersi ancora verso il fiume, tuffare il muso nell’acqua, aprire la bocca, chiudere la bocca, scuotere i salmoni, divorarli, azzannarli, ferirli e ributtarli in acqua.
Non sente più niente, non vede più niente.
Solo un grido lontano riesce a penetrare l’ottuso silenzio che le esplode in testa. Muso di Orsa e rughe di Vecchia che si girano verso il balcone del terzo piano: il Marito della Vecchia sta chiedendo aiuto. Gli occhi della moglie si aprono di paura, si spalancano tra la pelle raggrinzita, tirano le palpebre fino all’inverosimile, fino alla chirurgia plastica, fino a scalare la barriera del tempo e riacquistare una fragile giovinezza. È un frammento di stupore, poi il pericolo le ricade sul viso, la raggrinzisce, incartapecorisce, la divora e la ingobba.
Se l’Orsa riuscisse a pensare, tornerebbe alla seggiola sotto il nespolo e rilasserebbe la schiena per godersi lo spettacolo. Ma l’animale continua a pulsare sotto i muscoli trascinandola sulla scale.

Zampe anteriori, zampe posteriori, mani strette, un balzo ancora, ciabatta sinistra che si aggrappa al pollice sinistro, atterraggio su pianerottolo. C’è un grumo di vicini davanti alla porta, bisbigli e borbottii, sussurri su vespe, su pericoli, su “è meglio non entrare”.

“Non si scherza con le vespe signora!”

La Vecchia è uscita dall’ascensore, le chiavi che puntano traballanti verso la porta. I vicini la fermano spiegando che il Marito è prigioniero di nidi di vespe: era andato ad annaffiare le piante in terrazzo e si era accorto delle vespe nel vaso. A quel punto aveva agito velocemente lanciando il nido lontano da sé e chiudendo la porta. Solo che aveva sbagliato lato, le vespe ora erano in casa e lui chiuso fuori.

“Sono pericolose, è praticamente impossibile mandarle via, davvero signora, meglio non rischiare.”

La Vecchia ha la faccia bianca da sposa, come se avesse il vestito tutto ripiegato sul viso, prova a a balbettare qualcosa e si lascia svenire. L’Orsa inizia a correre, prende le chiavi della Vecchia, apre le porta, chiude la porta. Scende le scale, risale le scale, torna con un estintore tra le fauci. Riapre la porta, entra e chiude. Sa che anche le vespe sono creature di dio, e come tutte le creature di dio possono essere ammazzate. Spara.
L’Orsa è al centro dell’appartamento, Achille che torna in campo a vendicare Patroclo, il nemico è tutto intorno ma lei non crolla. Continua a sparare, non cede di un millimetro e le vespe cadono. Muoiono di una morte bianca e soffice, saltellano su schiuma e panna e si lasciano andare sorridendo. Ultimo getto di estintore, ultima vespa ai piedi dell’Orsa. Sudore tra capelli corvini.
Mano di orsa su maniglia di terrazzo, corpo di piccolo Marito sollevato.
L’Orsa esce di casa col Marito fra le zampe, sente le piccole mani della Vecchia afferrarle la pelliccia, il viso minuscolo nascondersi tra il pelo e abbracciarla. Rimangono lì, sul pianerottolo, aspettando una foto che immortali questo felice momento di fratellanza di popoli, di incontri tra mondi diversi, tra animale e vecchiaia. Un momento di silenzio tra forze contrapposte.

La mattina dopo l’Orsa è di nuovo sotto il suo nespolo, sorseggia il suo amato caffè e sente gracchiare gli uccellini. Tutto sembra perfetto.

“Voi zingari siete dei fannulloni, buoni soltanto a rubare!”

La vecchia del Piano di Sopra è dall’altra parte del cortile, gli occhi piccoli e azzurri di cattiveria. L’Orsa ha vissuto troppo per aver mai creduto nei lieti fine e sa che ci sono guerre che non si può far altro che continuare a combattere.

Un grazie profondo a Renata,
che dopo avermi regalato la sua storia mi ha detto
“scrivi tutto, se vuoi manda pure al giornale!”

Debora Benincasa
disegno di Marco Gottardello

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